Ehhh si non è un refuso tipografico quella brutta spezzatura…
Se c’è un luogo in Abruzzo dove il maiale non è solo un animale da allevamento ma un’istituzione culturale, quel posto è Campli. Qui, nella seconda metà di agosto, va in scena la Sagra della Porchetta Italica, un evento che non cerca l’approvazione dei raffinati gourmet ma punta dritto al sodo: una crosta croccante, carne tenera e un’atmosfera che definire verace sarebbe un eufemismo. Nata nel lontano 1964 quasi per dispetto – una sorta di “guerra fredda” locale tra il parroco e un sindaco che non voleva veder declassata la festa cittadina – la manifestazione è diventata, nel tempo, la sagra più antica di tutta la regione.
Il borgo farnese si trasforma in un teatro dove il protagonista assoluto è il porchettaro, che qui non è un semplice cuoco, ma un custode di segreti che si tramandano da generazioni. Non aspettatevi inutili orpelli o rivisitazioni stellate: la porchetta di Campli si mangia rigorosamente in un panino, possibilmente in piedi, magari mentre si discute della “misteriosa” leggenda del logo.
Non siate bacchettoni e ingenui, quel titolo sillabato della sagra è pure voluto e risale agli anni’60, quando il sessismo e il senso del limite non aveva pudori. Un “colpo di genio” di marketing improvvisato per catturare l’attenzione di una target ben più vasto di quella dei semplici buongustai: escludendo sicuramente le categorie “donne” “dieta” “femminismo”, più o meno oltre metà della popolazione.
Gli organizzatori locali ne celebrano la storia come un precedente storico di importanza pari a quella di conquiste o miracoli. In questo caso la guerra fu vinta dal laico sindaco Ubaldo Scevola, in collaborazione con la Pro-loco, come risposta al desiderio del poro parroco don Antonio Mazzitti di riportare su canoni strettamente religiosi la storica festa dell’Immacolata. Ahimè non gli andò bene perchè non si sa se per merito degli slogan sessisti o la bontà delle porchette, il successo della scissione dogmatica fu enorme: già alla prima edizione le 24 porchette previste non bastarono a soddisfare la folla, costringendo il sindaco a far riaprire tutti i negozi alimentari della città per far fronte alla richiesta. Da allora, l’evento è cresciuto costantemente, arrivando oggi a distribuire oltre 100 mila panini in cinque giorni.
Ancora oggi tra le viuzze del centro storico, la tradizione si misura in quintali di carne arrosto e in una folla che, anno dopo anno, continua a svuotare i banchetti con una voracità commovente. È una festa dove, apparte le “porche” le etichette restano chiuse nel cassetto e la convivialità si misura in sbornie di vino e panini fumanti.
Se avete avuto la fortuna di sfidare le file chilometriche e volete raccontarci la vostra opinione sulla qualità della crosta o sull’efficienza del servizio, lasciate pure una valutazione della sagra! Lasciate stare il sessismo ve ne prego, restiamo sulla norcineria


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