Quando ero piccolo, all’età della mia ingenua purezza (o quasi, ndr), credevo che la canzone popolare romana “Nannì: na gita a li Castelli” dicesse <<Puttane che danno vino quant’abbondanza c‘è!>> E rimasi davvero deluso quando seppi che erano solo le fontane a cacciarlo e non delle lussoriose prostitute munite di strabordanti brocche nelle periferie romane.
Ma fui anche ben lieto quando seppi che il paese pieno di fontane (non di puttane) che danno vino esisteva veramente, non era solo una romantica leggenda del folclore romanesco. Quel posto è nella cittadina di Marino, perla incastonata nei Castelli Romani proprio a nord del papale lago di Albano. In periodo di fine vendemmia quando il mosto fermenta e la piaga del vino novello infesta le feste, il borgo si trasforma in una bolgia di gioiosa perdizione dove il nettare degli dei scende a fiumi, i gomiti si alzano e l’astensione diventa un ricordo sfocato. Non è un caso che le storiche residenze del papà sino ad un passo.
La leggenda del miracolo delle fontane che danno vino attira ogni anno schiere di assetati, come fossero le fonti della giovinezza dalle quali attingere con il sacro graal, anche se questo è di plastica PEC riciclabile. Tra le viuzze arrampicate in salita, dove si parcheggia col freno a mano tirato al massimo, l’aria profuma di arrosticini, mosto e fiato alcolico di stornelli romani intonati a squarciagola.
Qui la storia della vittoria di Lepanto e il ritorno del condottiero Marcantonio Colonna si mescolano senza troppi complimenti con i ritmi travolgenti delle bande e i concerti in piazza. Marcantonio Colonna, il signore di Marino nel 1571, fu l’eroe e comandante della flotta pontificia nella storica vittoria della Lega Santa contro l’Impero Ottomano. A questo trionfale ritorno è dedicata ogni anno la tradizionale rievocazione storica, ed è ironia della sorte che la vittoria contro i turchi islamici si festeggi con fiumi di vino.
Dalla quarta settimana di settembre fino al primo weekend di ottobre, il centro storico sfuma da un diplomatico presidio di convivialità a un orda di gente mbriaca, con cibo sia a pranzo che a cena agli stand del Food Village in Viale Mazzini. E’ una delle poche feste dove abbiamo visto gente mbriaca e vomito per strada anche alle tre del pomeriggio.
Non mancano le tradizioni popolari più genuine, come il mitico torneo di scaracoccia, il tipico gioco di una volta disputato nella Sala Lepanto. Tra un bicchiere di romanella e una rosetta imbottita, la parola d’ordine è sempre la stessa: si ordina il rosso, ci si ubriaca, si gioca a Morra come nella Roma del settecento.
Quest’evento rispetta con onore la tradizione delle locandine. L’archivio storico dei manifesti della Sagra di Marino, poco grafici ma molto pittorici come nella tradizione dei palii, è un piacere per gli occhi: un inno a mano libera contro l’AI SLOP dei tempi moderni. Bravi.
Se avete tracannato il vino direttamente dalle fontane o vi siete abbuffati al Food Village di Marino, fateci sapere com’è andata lasciando una valutazione della sagra con le stelline!

