Nei Colli Euganei, quando arrivano le prime nebbie d’autunno e il veneto medio comincia a dire “che fredo, ostrega”, la soluzione c’è ed è una sola: Teolo. Nel secondo e nel terzo fine settimana del mese Piazza Perlasca diventa la sede ufficiale della Sagra dei Maroni. Il nome fa sorridere i turisti lombardi, alzare qualche sopracciglio tra gli ex funzionari di via Bellerio e conferma una cosa che nel Padovano sanno da secoli: qui i maroni si raccolgono, si incidono e si mettono sul fuoco, e tutti stanno benissimo.
Mettiamo le cose in chiaro per chi non è del posto. In Veneto e non solo, il marone è la castagna, il frutto nobile del bosco. Non è quella cosa che vi si gonfia quando il collega attacca a parlare di criptovalute. Qui a Teolo i maroni sono locali e di territorio.
La rostidora, ovvero il vero palco della festa
Il protagonista assoluto è lui, il marone dei Colli, cotto come si deve nella celebre rostidora, la padella bucata che vale più di qualsiasi tribuna elettorale. Il rito è sempre lo stesso: taglio, fuoco, scuotimento energico. Va fatto con decisione ma senza esagerare, perché i maroni vanno trattati con rispetto. Lo dicono la tradizione e qualunque urologo.
Poi arrivano nel cartoccio, fumanti, a scaldare le mani degli avventori. Il veterano li sbuccia a mani nude come niente fosse. Il novellino si scotta, impreca e scopre in un secondo che “avere i maroni bollenti” non è un modo di dire, è un incidente.
Lo stand gastronomico è al coperto, e se piove nessuno si deve lamentare che gli girano. È aperto da mezzogiorno a sera e offre un programma più solido del governo:
- Pasta all’amatriciana, in barba ai connazionali ladroni, ogni tanto, ci si riconcilia a tavola;
- Pasta e fasoi, fatta con le ricette di una volta, quelle che non hanno mai avuto bisogno di un referendum per l’autonomia;
- e per i secondi una grigliata senza compromessi: pollo, pancetta, salsiccia e polenta ai ferri.
Insieme arriva lo schisotto, la focaccia schiacciata della tradizione contadina, e si annaffia tutto con fiumi di vino dei Colli e coi sugoi, il dolce di mosto che vi riporta dritti all’infanzia, quella in cui i maroni erano ancora soltanto castagne.
Nel pomeriggio non mancate i fasoi in brentona, serviti come si deve. Avvertenza per gli ospiti: dopo una porzione di fagioli e tre giri di salsiccia non conviene affollare il tendone. Lì il rischio di rompere i maroni ai vicini di panca è reale, e non per colpa delle castagne.
La festa offre anche:
- la pesca di beneficenza per il restauro della chiesa, l’unico posto dove spendere fa bene all’anima e non solo al colesterolo;
- le escursioni tra gli olivi, utili a smaltire un etto di pancetta ogni chilometro, più o meno;
- la passeggiata all’antica maronaia, il castagneto storico, che a pronunciarlo sembra il nome di una corrente interna del partito ma è solo un bosco bellissimo;
- mostre d’arte contemporanea, per chi tra un cartoccio e l’altro vuole sentirsi colto.
È l’occasione giusta per ritrovare il calore della comunità contadina, coi piedi ben piantati per terra e il bicchiere sempre pieno. In fondo il segreto della sagra è tutto qui: a Teolo i maroni non li rompe nessuno, li si condivide.
Raccontateci com’è andata anche se vi siete rotti i maroni e lasciate una valutazione della sagra. Accettiamo anche le critiche. Basta che non ci rompiate i… avete capito.

