Se c’è un pesce che ha subìto un ingiusto danno d’immagine, quello è la Tinca. Relegata per anni nel dimenticatoio gastronomico con l’accusa di “sapere di fango”, questa creatura ruspante dei fondali ha in realtà una dignità che farebbe impallidire pesci ben più blasonati. La celebrazione di questa eccellenza d’acqua dolce si tiene tradizionalmente durante le centrali settimane di luglio, nel cuore pulsante di Clusane d’Iseo, Brescia, un borgo che sul culto di questo pesce ha costruito una vera e propria identità storica e culinaria.
Le testimonianze storiche ci ricordano che già nel Medioevo i pescatori del lago d’Iseo dovevano pagare dazi in cassoni di tinche ai monasteri locali, segno che i monaci, in fatto di cibo e digiuni strategici, ci vedevano lunghissimo. La preparazione non è roba da improvvisati: la tradizione locale esige che il pesce venga aperto sulla schiena, svuotato e farcito con un ripieno sapiente a base di formaggio grattugiato, pane grattato, spezie e un quantitativo di burro capace di far vacillare qualsiasi nutrizionista moderno. Viene poi cotto lentamente in tegami di terracotta.
Dimenticate le consistenze impalpabili del pesce da allevamento. Qui la carne è soda, il sapore è deciso e l’accompagnamento con la polenta non è un’opzione, ma un obbligo morale. A differenza di molte sagre tradizionali concentrate in un’unica area transennata e rumorosa, la Sagra della Tinca al Forno coinvolge direttamente le sale e i tavoli dei ristoranti del borgo antico associati, invitando i visitatori a vivere l’autentica ospitalità locale senza file chilometriche e vassoi di plastica. Una cucina di confine tra acqua e terra, spartana il giusto, che si tramanda senza bisogno di troppi fronzoli moderni o impiattamenti pretenziosi.


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